14 giugno 2010

Diario Artigiano del 11 Giugno

La calda giornata di sole, il verde intenso del parco di Monza, l’emozione di percorrere gli spazi dell’Autodromo, fanno da incantevole cornice all’ultimo appuntamento del think tank itinerante di ARTIGIANA2010.

“Saggi” riuniti, voci dal Ministero dello Sviluppo Economico e della Commissione Europea, rappresentanze istituzionali del sistema camerale lombardo, attorno ad un tavolo per chiudere il cerchio sui temi portanti che hanno guidato il progetto e sui quali i singoli imprenditori artigiani hanno riposto le proprie speranze di apprendimento e di chiarimento sugli aspetti oscuri delle dinamiche della crisi globale.

Innovazione nel micro contesto artigiano, necessità di aggregazioni tra micro imprenditori, accesso al credito e perfezionamento del micro-sistema di gestione imprenditoriale, il tutto coinvolgendo il sistema governativo ed europeo che elabora direttive e comunicazioni, tra cui lo SBA, e tende a darvi attuazione concreta: questo è in sintesi il “progetto formativo” di ARTIGIANA.

Lo slogan di ARTIGIANA “La ripresa parte da qui”, riveste in effetti un grande valore di speranza e fiducia.

La scelta dell’Autodromo di Monza, dunque, potrebbe anche non ritenersi casuale in quest’ottica: l’obiettivo è quello che la ripresa, “la partenza”, abbia origine da quest’appuntamento, dalla sintesi delle evidenze che lo contraddistinguono come chiave di lettura del progetto, in un’ottica di invito alla “mobilitazione” artigiana, al recupero di quelle speranze perdute, allo sfruttamento di tutte quelle risorse tangibili e intangibili esistenti allo stato potenziale, ma purtroppo non ancora colte appieno.

Il percorso di sintesi delle evidenze delle tavole rotonde del progetto ARTIGIANA, rispetto alle attuali mosse del nostro governo per l’attuazione di provvedimenti a favore del micro e piccolo sistema imprenditoriale del nostro paese, spetta a Giuseppe Capuano, in rappresentanza del Ministero dello Sviluppo Economico.

Egli interviene menzionando alcuni progetti che rientrano nell’articolato piano d’aiuti destinato alle “piccole imprese che pensano da grandi”. Questi rientrano tra i commi della legge sulle PMI, provvedimento che verrà discusso in sede ministeriale il prossimo lunedì.

La legge sulle PMI, richiama in ogni suo elemento, i contenuti specifici dello SBA, nella misura di:

  • accesso al microcredito per le piccole imprese artigiane;
  • sostegno alle medie imprese che internazionalizzano;
  • definizione di alcuni aspetti formali del contratto di rete, a livello di garanzia di accesso da parte di centri di ricerca, indicazioni per la definizione di un rating per il contratto di rete, agevolazioni fiscali e altri strumenti volti a incentivare le imprese a costruire una “massa critica”.

Rispetto invece agli obiettivi della Commissione Europea, Matteo Fornara sottolinea l’importante contributo rivestito dall’UE rispetto all’emanazione di leggi specifiche garantiscano alle piccole imprese di continuare ad espletare indisturbate il rilevante ruolo e il conseguente contributo che riversano nel sistema economico europeo. Se, come da lui affermato ieri a Lomazzo, l’UE produce il 75% delle norme riservate al settore industriale, proporzionalmente la Commissione Europea continuerà a conferire al sistema imprenditoriale micro e piccolo la rilevanza che merita.

Dal livello legislativo e istituzionale alto, adesso il focus viene spostato alla singola impresa artigiana, riportando i dati di un’indagine che tende ad affermare quale atteggiamento predomina il micro comparto artigiano, di lotta o di sconforto.

L’indagine, che ha coinvolto un campione di 953 imprese ha dato dei risultati positivi e inattesi, a giudicare dalla congiuntura negativa.

La passione per il mestiere vince sulla sfiducia provocata dalla crisi del sistema: “crederci” è per il micro imprenditore la determinante per sopravvivere. Il 77% del campione si ritiene soddisfatto del proprio mestiere di artigiano, ma l’evidenza cardine dell’indagine è nelle tre prioritarie richieste degli artigiani per la propria “ripresa”: maggiori agevolazioni fiscali, semplificazione amministrativa, potenziamento del credito agevolato. Tutte priorità che la Commissione Europea e il nostro governo, attraverso la prossima approvazione di direttive dedicate e di leggi ad hoc, tenta di esaudire.

Ha dunque finalmente inizio la tavola rotonda, guidata dal provocatorio Sebastiano Barisoni, che apre il dibattito con un’affermazione: “si percepisce una crescita diffusa di sensibilità verso le pmi da parte delle istituzioni”. Ma attendere un intervento dai livello alti, seppur esaustivo e risolutorio, attraverso l’emanazione di leggi specifiche che aiutino il settore manifatturiero e la micro-imprenditoria artigiana, che intantom aspetta a braccia conserte, non rappresenta la mossa giusta.

Con questa asserzione introduce l’intervento di Enzo Rullani.

Rullani, alla luce delle riflessioni condotte a Bergamo, Mantova e Lecco, conclude la serie elevando ancora una volta l’artigiano e la sua intelligenza quale elemento a garanzia della sopravvivenza del sistema.

“Si può essere bravi senza bisogno di essere grandi”: la piccola dimensione in questo senso aiuta, a differenza delle grandi strutture che spesso bloccano la propulsione delle intelligenze individuali che ivi operano, anche solo per un fatto strutturale. Ciò non esclude il vantaggio derivante dall’appartenenza ad un grande sistema per il micro imprenditore, seppur sottoforma di RETE D’IMPRESA. Il vantaggio di appartenere ad una rete, nella mente dell’imprenditore, non deve rimandare alla possibilità di ottenere agevolazioni o interventi ad hoc da parte sistema governativo, quanto piuttosto quella di beneficiare del contributo di altre intelligenze per innovarsi e inventare cose nuove.

Dunque il cambiamento del modello di business che spesso si accompagna alla volontà di mettersi in rete è propedeutico alla loro costruzione e funzionamento.

Barisoni dunque introduce un tema scottante, qual’ è quello della concorrenza. Come affrontarla?

Egli invita Rullani a fornire una risposta rispetto alle strategie più semplici e immediate che un singolo artigiano può mettere in campo. Rullani fornisce una risposta che stupisce per la sua concretezza e validità.

L’artigiano, di fronte alla concorrenza di imprese straniere che offrono un prodotto finito a basso costo possono adottare alternativamente due strategie:

  1. convincersi della consapevolezza che se non innovano il proprio prodotto è inutile continuare a produrlo, finchè esistono le imprese straniere che lo offrono al mercato, identico ma ad un costo più basso;
  2. interiorizzare la necessità di studiare adeguatamente il mercato, cogliendo le esigenze inespresse e in continua mutazione e facendo tesoro di tali esigenze attraverso la loro conversione in componenti di servizio che arricchiscono di valore il prodotto finito.

Dal tema della rete è immediato il passaggio al tema dell’innovazione.

Barisoni richiama con critica la legge del made in italy, a favore di un settore, quello tessile, che, da un lato patisce la concorrenza straniera, ma che d’altro canto non innova. E’ una legge errata in principio.

A commento di questa affermazione invita Andrea Granelli ad esprimere un suo giudizio.

Granelli punta sull’importanza della ricerca, sulla necessità di stabilire un dialogo aperto tra l’università e le imprese, invitando il governo a individuare dei parametri aggiornati per la misurazione dell’approccio innovativo adottato dalle imprese artigiane, senza ricorrere al conteggio dei brevetti, piuttosto che agli investimenti in ricerca e sviluppo.

Si passa dunque radicalmente al terzo dei temi che ARTIGIANA 2010 ha approfondito: il tema dell’accesso al credito e dell’educazione artigiana per le pmi. Barisoni introduce il dibattito esortando le imprese ad una maggiore trasparenza e le banche ad una necessaria ripatrimonializzazione.

Rispetto al primo suggerimento, invitare le imprese ad una maggiore trasparenza, Mario Comana, l’esperto del tema credito e finanza per ARTIGIANA 2010, conferma la fisiologica ignoranza dei principi di contabilità e finanza detenuta generalmente dall’imprenditore artigiano.

Le imprese artigiane molto piccole, molto diversificate, non hanno competenze e spesso la voglia di dedicare risorse intellettuali alla finanza è nulla. Il coaching è una soluzione: l’ex bancario, esperto di finanza, segue l’impresa, accompagnandola nelle sue valutazioni ed educandola alla sua gestione e al suo potenziale autofinanziamento.

La finanza, difatti, è strumentale all’introduzione di innovazioni, alla costruzione di reti, pertanto, pur essendo di primo acchito un elemento trascurabile dal micro imprenditore, occorre educarlo alla propedeuticità della finanza rispetto alla sua “ripresa”.

A conclusione del percorso itinerante di ARTIGIANA2010, mi preme riconoscere la sua centralità nell’individuare e affrontare i temi che stanno più a cuore a noi piccoli artigiani.

Assistere ai vari incontri mi ha consentito di conferire un’impronta più scientifica al mio mestiere, aldilà del modello tecnico e pratico di approcciarmi ad esso.

Essere riflessivi a volte occorre e non compromette affatto l’improvvisazione del nostro mestiere, anzi la stimola, alimentando la consapevolezza del fatto che esistono vie d’uscita, rendendoci maggiormente fiduciosi e tranquilli nel nostro agire quotidiano.

Pronta a fare un giro in pista con una scintillante BMW, concludo soddisfatta le mie riflessioni almeno per quest’oggi…

Artigiana 2.0

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14 giugno 2010

Diario Artigiano del 10 Giugno

Eccomi giunta a Lomazzo, nono appuntamento del ciclo di incontri di ARTIGIANA 2010.

Scendo dal treno e raggiungo in breve la location dell’appuntamento, con largo anticipo rispetto all’inizio dell’incontro, curiosa di visitare la nuova struttura di Como Next, inaugurata lo scorso 28 maggio con la funzione di Parco Scientifico e Tecnologico.

Ma non è solo questo che mi ha spinto ad allontanarmi dalla mia città, grigia e afosa già al mattino, piuttosto il fatto che per la prima volta in tavola rotonda non saranno gli imprenditori artigiani a raccontare la loro storia, ma bensì i portavoce dei principali Poli scientifici e tecnologici di eccellenza del nostro paese, invitati per illustrare i servizi offerti alle imprese, che nel lungo termine rappresentano l’ancora di salvezza per noi piccoli imprenditori artigiani.

La location scelta per l’incontro di ARTIGIANA 2010 a Lomazzo è dunque perfettamente concorde ai temi affrontati in tavola rotonda, dal titolo “Innovazione e artigianato: il territorio a supporto dell’innovazione”.

E’ giunto il momento di fare il punto degli incontri dedicati al tema innovazione, e ad aiutarmi è il Dott. Granelli, “saggio” scelto per approfondire e sciogliere l’apparentemente problematico rapporto tra artigianato e innovazione. Egli legandosi ai contenuti dei precedenti appuntamenti sul tema, a Lodi e a Pavia, introduce il dibattito affermando: “l’essere artigiano rappresenta il mestiere contemporaneo”.

L’artigiano difatti è autonomo, conosce il cliente e tende sempre a stabilire uno stretto legame con lui, raramente appartiene ad una struttura complessa pertanto tende al risparmio dei materiali, ha gusto e vuole “far bene” il proprio mestiere: questi valori rappresentano le determinanti per apportare innovazione alla propria impresa individuale.

Non è vero dunque che solo i grandi possono fare innovazione, ma altresì non è vero che l’innovazione è solo un fatto di tecnologica. L’innovazione per l’artigiano è avvicinarsi sempre più al cliente finale, recepire i suoi bisogni e tradurli in un arricchimento del prodotto finito, integrandolo di quei servizi guidati dall’evoluzione delle esigenze del cliente finale.

Il dialogo tra domanda e offerta può essere intermediato da organismi radicati sul territorio, tra cui gli incubatori d’impresa e i poli tecnologici, il cui ruolo è da un lato quello di assorbire conoscenza, dall’altro quello di produrne di nuove ed erogarle alle imprese assistite, sotto forma di trasferimento tecnologico, innovazioni di processo e di prodotto e tutti i servizi ad alto contenuto di conoscenza.

A spiegarci il ruolo di questa figura di accompagnamento è in primo luogo Elisabetta Epifori, direttrice del Polo  scientifico e tecnologico di Navacchio.

La figura del polo scientifico e tecnologico non è disciplinata dal sistema legislativo del nostro paese: si è affermata individualmente, quale luogo fisico di aggregazione delle piccole e medie imprese e svolge come funzione operativa quella di garantire il dialogo tra l’impresa che vuole innovarsi e i centri di ricerca, fornendo gli strumenti e le attrezzature tecnologiche e informatiche di cui i singoli artigiani, se non attraverso ingenti investimenti in ricerca e sviluppo, non fruiscono facilmente.

Christian De Pol, in seconda battuta, direttore de la Fornace dell’Innovazione, definisce il luogo fisico che dirige un “luogo di produzione di saperi”. In una tale ottica gli spazi e i servizi offerti da un incubatore d’impresa rivestono un potenziale rilevante per lo sviluppo delle micro e piccole imprese artigiane in difficoltà, aiutandole nella rilevazione delle esigenza della domanda, nell’individuazione delle chiavi per il loro sviluppo, nella costruzione di un dialogo con gli enti di ricerca ed infine nella fornitura di strumenti per fruire tangibilmente di tale sviluppo. De Pol inoltre elenca i vantaggi per le micro imprese artigiane, seguiti alla loro decisione consapevole di “incubarsi”, tra cui l’acquisto di visibilità e la possibilità di fruire di una sede prestigiosa e di servizi di accompagnamento alla crescita “su misura”.

Senza dubbio per il piccolo artigiano l’acquisizione di consapevolezza e affidabilità rispetto ai servizi e al reale contributo che tali centri mettono a disposizione riveste un carattere di sfida: ancora una volta si mette l’accento sulla convinzione dalla collaborazione tra le imprese e dalla condivisione di know how, anche all’interno di una struttura dedicata, “parte la ripresa”, volendo riprendere il pay off del progetto ARTIGIANA2010.

Il polo scientifico e tecnologico rappresenta dunque il “punto di partenza” per fare nuove cose e questo lo conferma anche Simone Meroni, portavoce di Servitech, che sottolinea lo stretto rapporto, sia a livello geografico, che a livello di condivisione di conoscenze con le Università, nel formulare i migliori servizi da offrire alle micro imprese artigiane assistite.

Ultimo intervento in tavola rotonda, di carattere sociologico è quello di Fulvio Alvisi, che giustifica culturalmente il forte supporto degli incubatori d’impresa alla rinascita del sistema manifatturiero.

Se nei decenni trascorsi, la costruzione di una filiera, come testimoniato dal modello imprenditoriale comasco, rappresentava la strategia di successo del settore, adesso è necessario uscire dai confini nazionali per sopravvivere, globalizzandosi e aggregandosi; per questo spesso è opportuno far ricorso a strutture fisiche, nello specifico i poli tecnologici, per consentire l’aggregazione, mantenendo sempre il “rispetto del lavoro etico per il singolo artigiano.

Dai singoli interventi emerge un’importante teoria: se esiste una chance che l’Italia e il suo sistema imprenditoriale possono giocare, questa risiede nell’investimento in conoscenza, con la quale s’intende tutto quel mondo immateriale che parte dalle relazioni strategiche con il territorio fino ad arrivare all’innovazione organizzativa.

Il ruolo dei poli scientifici e tecnologici in questo contesto è quello di aiutare le piccole imprese a porsi sul mercato in maniera intelligente e innovativa, mettendo di lato “il limite dimensionale”.

Spuntino rapido e corro verso la stazione: domani si concluderà a Monza il mio personale “think tank” itinerante della Lombardia.

Ai “saggi”, riuniti, spetterà l’arduo compito di rimettere in ordine le mie idee sui temi “lavorare in rete”, “credito e finanza” e innovazione.

Artigiana 2.0

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7 giugno 2010

Diario Artigiano del 3 giugno

…dopo svariati imprevisti e peripezie, prendo al volo il treno regionale per Pavia, pronta ad assistere all’ottavo appuntamento di ARTIGIANA 2010 dal titolo “Come innovare collaborando e diversificando: possibili strategie per le imprese artigiane”.

Si tratta del secondo appuntamento curato dalla CCIAA di Pavia, preceduto dalla tavola rotonda di Vigevano dello scorso 25 maggio, partecipata da alcuni imprenditori testimoni invitati a narrare le proprie esperienze di aggregazione e innovazione nel comparto artigiano.

L’incontro a Pavia, a partire dalle evidenze pragmatiche del precedente appuntamento, intende apportare contributi teorici derivanti dall’individuazione e dalla divulgazione dei punti chiave che hanno caratterizzato i processi strategici innovativi narrati a Vigevano.

Alle 17:00 il Presidente della CCIAA di Pavia, Giacomo De Ghislanzoli Cardoli introduce i lavori in tavola rotonda, comunicando l’evidenza, registrata nel primo trimestre 2010, del saldo positivo della bilancia commerciale per le imprese pavesi, a testimonianza dunque della crescente e proficua attività di apertura ai mercati esteri che le imprese stanno pian piano implementando.

Collaborare e diversificare dando un’occhiata anche al di là del mercato nazionale, viene presentata dunque come una delle tante strategie che potrebbero aiutare la ripresa delle imprese artigiane.

Ad Andrea Granelli spetta invece l’apertura della tavola rotonda, con una dissertazione iniziale sullo stretto rapporto tra i valori dell’artigianato, l’innovazione e la creatività.

In un tale contesto di crisi, nell’attuale mercato instabile, mutevole e difficile da soddisfare, l’artigiano potrebbe trovare il proprio habitat naturale per vivere “una seconda giovinezza”. La strategia risiede ancora una volta nell’acquisizione di consapevolezza sulla contemporaneità dei propri valori, sulla coincidenza tra l’innovazione e il tradizionale modus operandi ed infine sul fatto che proprio la sua capacità di personalizzazione della materia rappresenta la determinante per soddisfare quella domanda irraggiungibile che sprezza il prodotto massificato.

L’essere artigiano rappresenta dunque una buona sintesi fra tradizione, che presuppone la conoscenza, e innovazione che presuppone la sperimentazione.

All’intervento di Andrea Granelli segue quello del Professor Alberto Onetti, che riporta alcuni dati interessanti desunti da un’indagine condotta dall’ottobre 2009 al maggio 2010, che ha coinvolto un campione di circa 200 imprese. Le evidenze testimoniano la scarsa maturità del comparto rispetto all’adozione delle dinamiche da adottare per la ripresa, tra cui l’internazionalizzazione, la costruzione di reti d’impresa, il ricambio generazionale e la crescita dimensionale. Tra le 200 imprese, solo il 15 % dichiara di aver aperto il proprio business ai mercati internazionali, il 12% di aver introdotto innovazioni all’interno della propria impresa, il 38% di aver adottato strategie di aggregazione, il 13% di aver valutato le implicazioni collegate al ricambio generazionale ed infine il 34% ha rivelato una crescita in termini di fatturato e numero dei dipendenti.

Il panorama non appare molto incoraggiante, soprattutto a giudicare che sul totale degli intervistati solo un 7% viene definito “forward lookers” con il cui termine s’intende quella fetta del campione che ha internazionalizzato, fatto esperienza di rete, programmato il proprio ricambio generazionale ed ha registrato infine una crescita dimensionale. Si tratta di una piccolissima fetta di mercato, a prescindere dall’effettiva ampiezza del campione coinvolto, comunque ritenuto rappresentativo.

Mi domando dunque: ma la collaborazione e l’aggregazione tra imprese rappresenta davvero la migliore strategia di crescita per il micro imprenditore artigiano?

Andrea Scalia ne da la conferma. Partendo dalla constatazione della crescita dei fenomeni di aggregazione tra le micro imprese artigiane, Scalia, ne individua le determinanti di adozione da parte del micro imprenditore.

Attualmente l’unico modo per sopravvivere sui mercati è competere; la competizione è legata alla capacità di innovare e di investire in ricerca e sviluppo.

L’impresa ha due strade per attuare investimenti: o ricorrendo all’aumento di capitale sociale, o attraverso la costruzione di una rete con altre imprese, condividendone scopi, intenti, visioni e soprattutto capitali.

Questa seconda strada appare la meno “dolorosa” per l’imprenditore artigiano, sia dal punto di vista psicologico, in quanto l’appartenenza alla rete gli consente di mantenere la propria individualità, sia dal punto di vista materiale, in quanto la capitalizzazione in una piccola impresa artigiana si traduce in investimenti che impattano direttamente sui costi fissi di gestione.

Tra i nuovi strumenti a supporto dell’aggregazione tra imprese, Scalia cita il contratto di rete, disciplinato dalla legge n.99/2009, la cui validità e la cui indeterminatezza formale derivante dalla sua recente attuazione è stata già approfondita nel precedente appuntamento di ARTIGIANA a Lecco, ma di cui, anche in questa sede è opportuno sottolineare lo scopo riconosciuto dalla legge di “accrescimento della capacità innovativa delle singole imprese componenti”.

Questo a voler motivare nuovamente come la finalità ultima della rete è quella di consentire alle imprese di fare qualcosa di più di quello che facevano prima, in particolare, dunque, innovare.

Se fino ad ora è stato approfondito il valore della collaborazione, spetta a Giorgio Invernizzi, spiegare il valore della diversificazione, quale strategia di crescita del comparto artigiano. Egli declina la diversificazione in due concetti: flessibilità imprenditoriale e professionalità manageriale. Con la prima Invernizzi allude alla capacità delle imprese di anticipare e bloccare gli effetti della crisi, con la seconda fa invece riferimento all’innovazione organizzativa, il cui presupposto è la peculiare conoscenza dei risultati conseguiti dall’impresa per poter plasmare una strategia ad hoc.

Il presidio della filiera e la costruzione di reti d’impresa per arricchire il prodotto finito di componenti di servizio ricercate dalla nuova domanda rappresenta l’innovazione cardine per le imprese artigiane anche dal punto di vista di Paolo Galbiati. Egli conclude gli interventi in tavola rotonda, riportando l’esperienza di successo dei consorzi export, che s’identificano in reti d’impresa strutturate che consentono al singolo di porsi come unico interlocutore di fronte ai mercati internazionali, beneficiando altresì di potere contrattuale e di visibilità in virtù dell’appartenenza ad un gruppo strutturato.

Piccolo è bello, ma dentro una rete è pure produttivo”.

In questo senso, l’adozione di una logica di sistema rappresenta una delle principali strategie per innovare e per uscire dalla crisi.

Occorre di conseguenza che gli artigiani vengano educati al rispetto di sé stessi, diversi ma in quanto tale avvantaggiati.

L’artigiano deve accettare la sua piccola dimensione come un fatto strutturale che si trasforma in opportunità.

Prossimo ed ultimo appuntamento sul tema ”innovazione” a Como, giovedì 10 giugno.

Ora è giunto il momento di godermi il tanto atteso tepore estivo, percorrendo le vie suggestive di questa ridente cittadina…

Artigiana 2.0

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31 maggio 2010

Diario Artigiano del 28 maggio

Buongiorno!

Sveglia anche questo venerdì alle ore 7:30 per assistere al settimo appuntamento di ARTIGIANA, dal titolo “Lavorare in rete: opportunità per le micro piccole e medie imprese”.

L’incontro questa volta si terrà a Lecco, negli spazi della nuova Camera di Commercio, riccamente allestita per ospitare l’ultima tappa dedicata all’approfondimento del tema “lavorare in rete”: il secondo appuntamento in settimana focalizzato sullo sviluppo dell’argomento. L’attenzione, però, verrà rivolta alla presentazione dello strumento giuridico del contratto di rete, introdotto di recente con la legge n.99 del 2009, del quale verranno analizzate opportunità ed eventuali vizi di forma e di conseguenza di applicazione.

Il Professor Enzo Rullani apre il dibattito in tavola rotonda. Il suo intervento appare quasi un monito volto a sensibilizzare il micro imprenditore rispetto alle opportunità connesse alla sua individualità, specializzazione, intelligenza creativa, che rappresentano nel loro insieme i fattori critici di successo per la sostenibilità dell’impresa artigiana in un contesto instabile, che richiede flessibilità e innovazione continua.

La rete d’impresa, in questo senso, assume il carattere di iniziativa strategica in grado di consentire la riqualificazione della piccola impresa artigiana, attraverso l’acquisizione di consapevolezza sulla validità del proprio know how e sulla necessità di condividerlo in un sistema per la sopravvivenza propria e degli altri nodi della rete. ll mondo è diventato più grande e più instabile: la piccola impresa, flessibile, intelligente e incondizionata per sua natura, rappresenta una valida risposta per dominare tale instabilità. La rete, insieme informale di micro–potenti intelligenze, è una risposta vincente per il superamento del gap tra ciò che la singola impresa offre e ciò che il mercato richiede, insoddisfatto della carrellata di offerte di prodotti a basso costo e di basso livello qualitativo.

Ad avvalorare e sostenere il ruolo della micro impresa all’interno di un sistema reticolare strutturato è l’Onorevole Raffaello Vignali, che attribuisce alla snellezza strutturale della prima la forza e la validità della rete. Vignali distingue metaforicamente le medie imprese dalle piccole imprese, definendo le prime dei “dinosauri scomparsi in quanto troppo grossi e specializzati e dunque non in grado di adattarsi ai cambiamenti” e le seconde come “piccoli mammiferi sopravvissuti, poichè più piccoli, più flessibili e capaci di vivere in branco”. L’esempio è quello della Silicon Valley: un successo che prende forza dai legami deboli tra i suoi componenti, dal suo configurarsi come una rete orizzontale, in cui i singoli nodi operano trascendendo la realtà della propria azienda e acquistando la consapevolezza di operare per il sistema.

L’intervento di Giuseppe Capuano, rappresentante del Ministero dello Sviluppo Economico, presenta lo strumento giuridico del contratto di rete, disciplinato legalmente da circa un anno. Le principali caratteristiche dello strumento vanno ricondotte all’esistenza di uno scopo specifico che ne giustifica la costituzione, al patrimonio condiviso e all’iscrizione alla Camera di Commercio, che ne ratifica l’esistenza come soggetto giuridico. E’ dunque il primo strumento legislativo capace di conferire personalità giuridica ad un’aggregazione informale e orizzontale di imprese. Le indagini preventive condotte per la valutazione degli impatti derivanti alle singole imprese, a seguito dell’appartenenza ad un’aggregazione formalizzata da contratto di rete, attestano un potenziale incremento di fatturato e occupazione per i singoli nodi pari al 5%.

Nella ratificazione dello strumento, come sottolinea Capuano, rientra anche la prospettiva di introdurre a livello giuridico parametri univoci e indicatori validi rivolti alle banche a supporto della formulazione di un giudizio di rating unico per il contratto di rete, per rispondere razionalmente alle richieste di finanziamento formulate da questo nuovo soggetto giuridico. L’obiettivo ultimo è quello di educare le banche a non valutare individualmente le imprese appartenenti al nuovo organismo giuridico.

Ad illustrarci invece i vizi e le imperfezioni formali del contratto di rete, da attribuire principalmente alla sua recente entrata in vigore è Domenico Pazzi, invitato in qualità di rappresentante delle associazioni di categoria artigiane. Egli interviene elencando una serie di domande alle quali il contratto di rete non riesce ancora a dare una risposta esaustiva, principalmente legate alla fiscalità dello strumento: aspetti che vanno risolti, altrimenti rischiano di contrastare l’efficace applicazione dello strumento. Ultimo avvertimento: per garantire la rapida spendibilità dello strumento sul mercato è opportuno che il suo percorso di definizione non sia troppo duraturo.

E poi la parola passa agli imprenditori, che, in pieno stile Artigiana, propongono la loro esperienza e identificano quelli che, a loro giudizio, rappresentano i fattori critici di successo di una rete d’impresa. Tra questi: la possibilità di accostare ad una rete un marchio unico e riconoscibile sul mercato, l’innovazione dei processi produttivi del sistema costituito attraverso la condivisione dei capitali, la necessità che le singole imprese individuino una peculiarità comune che ne giustifica l’operare condiviso.

“In una rete si entra con la mente libera” e riuscire a mantenerla è decisivo per la sua sostenibilità.

L’impresa che vuole entrare a far parte di una rete, deve prima ritrovare il  proprio potenziale nascosto, indagando e individuando i nodi della sua “rete interna”, attribuendo ruoli impersonali e autonomi alle sue singole risorse, educandoli alla prospettiva di espletare una funzione all’interno di un sistema più grande.

Si conclude così il percorso dedicato al tema “lavorare in rete”.

Il 12 giugno si terrà a Monza l’ultimo appuntamento per la sintesi delle evidenze sull’argomento: lo segno subito in agenda! Nel frattempo, mi preparo per giovedi 3, a Pavia, e giovedi 10 a Lomazzo (Como), per dibattere di innovazione.

Artigiana 2.0

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27 maggio 2010

Diario Artigiano del 26 maggio

Dopo un pranzetto leggero e veloce, salgo subito sulla mia auto, direzione MANTOVA, per assistere al sesto appuntamento di ARTIGIANA2010, dal titolo “Reti di impresa: organizzazione virtuosa per competere sui mercati nazionali ed internazionali”.

Anche in questa seconda tappa dedicata al tema “lavorare in rete”, preceduto dall’incontro a Bergamo, l’esperto d’eccezione invitato a dibattere sul tema è Enzo Rullani, nel tentativo di contestualizzare la realtà imprenditoriale mantovana con le opportunità e problematiche relative alla costruzione di reti d’impresa. Questa volta l’organizzazione del panel dei relatori appare completo, facente capo a:tre testimonianze di imprenditori artigiani che illustrano la loro esperienza di costruzione di reti d’impresa, un testimone del sistema bancario pronto ad illustrare eventuali strumenti messi a disposizione dalle banche per il sostegno finanziario delle reti, un professionista invitato ad illustrare alcuni degli strumenti tecnici di accompagnamento alla costruzione di reti d’impresa, quale prerogativa alla finanziabilità dei progetti di sviluppo condivisi.

Le varie voci ufficialmente coinvolte a diverso titolo nella costruzione di reti d’impresa risultano al completo, per sensibilizzare i partecipanti alle opportunità connesse al “superamento della dimensione individuale”, tipico delle imprese artigiane, quale unica soluzione per affrontare la competitività incalzante sui mercati internazionali.

“Il problema è che l’internazionalizzazione è arrivata nelle nostre case”, come afferma Enzo Rullani, rispetto alle nuove necessarie misure da adottare da parte delle piccole imprese per affrontare la competitività. I sub-fornitori stranieri, riescono adesso ad immettersi con facilità nella catena produttiva, offrendo prodotti a basso costo, seppur con una caduta della qualità. Lo stratagemma più immediato per un imprenditore artigiano per risolvere questa criticità, è quello di investire sulla modernizzazione del proprio apparato tecnico, per ottenere vantaggi di costo sulla produzione.

Rullani nega del tutto la validità di questa strategia.

La sfida competitiva adesso impone la presenza di risorse e competenze di cui spesso la piccola impresa artigiana non dispone. D’altro canto la piccola dimensione dell’impresa artigiana costituisce un punto a favore dell’individuazione di nuove soluzioni per affrontare l’attuale instabilità del mercato, che i grandi complessi strutturati non potrebbero sostenere. Non è vero che i piccoli  “sono superati“, anzi, sono creativi, sono flessibili, rappresentano delle entità adatte ad affrontare il futuro che “non si prevede, ma si fa sperimentalmente”. Gli imprenditori artigiani devono adesso puntare a soddisfare quella fetta di mercato che cerca un prodotto “complesso”, la cui qualità complessiva deriva dalla qualità dei singoli componenti. A monte della realizzazione di un prodotto complesso vi è la costruzione di reti.

“La cultura dell’individualismo spinto oggi non è adeguata”.

Questo è la strategia adottata da DI.CO SERVICE, rappresentata da Alessandro Trippa. Costituita 16 anni fa, ufficialmente formalizzatasi nel 2010, DI.CO Service è un modello di aggregazione ragionata tra imprese molto specializzate nella catena produttiva, con uno scarso senso dell’imprenditorialità al di fuori del proprio contesto di riferimento, che attraverso la condivisione di valori comuni, di comportamenti, di creatività, pur mantenendo la propria indipendenza nei loro rapporti col mercato sono riusciti a formulare e a perseguire una strategia di crescita solida e strutturata, “allungando” la matrice dei bisogni già esistente e “riempendola” con un contenuto di servizio maggiore.

La necessità di affrontare il nuovo mercato non come singola azienda ma come “pool di aziende” è stato illustrato dall’imprenditore Francesco Ferrari. Da imprenditore specializzato, egli ha colto da parte del mercato l’emergere di una domanda di progetti maggiormente integrati e l’ha affrontata attraverso la costruzione di una rete “virtuale”, che di anno in anno si alimenta di nuovi contatti, grazie alla partecipazione frequente a fiere mondiali, che, oltre a rappresentare un’importante vetrina dell’impresa, consentono la possibilità di entrare in contatto con “partner” in grado di conferire valore, anche intangibile, alla produttività della medesima.

A questo punto mi domando: le reti d’impresa, nella realizzazione del prodotto complesso e insostituibile da offrire al proprio mercato, potranno mai contare in un finanziamento delle banche nel loro processo di crescita e sviluppo?

Luigi Piazza, testimone bancario, purtroppo risponde affermando come l’ingresso delle banche da ulteriore nodo delle reti d’impresa è una realtà molto rara, rassicurando però che “attualmente sono disponibili strumenti di credito e di equity per accompagnare chi si vuole organizzare in rete”. L’unica raccomandazione che avanza nei confronti del sistema bancario è quella di educarsi alla valutazione delle imprese che richiedono di finanziamenti in termini qualitativi, piuttosto che in termini quantitativi, soprattutto se  le imprese in oggetto costituiscono parte di una rete.

Tante testimonianze, dunque, nell’appuntamento a Mantova, tanti spunti utili che mi servono a comprendere che “fare rete”, non significa abbandonare la propria individualità, la propria specializzazione. Le sinergie possono realizzarsi pure mantenendo la propria autonomia.

Enzo Rullani conclude paragonando metaforicamente il rapporto tra i componenti di una rete d’impresa come un rapporto tra fidanzati: un forte legame li unisce e gli consente di sostenersi, anche nel lungo termine, attraverso lo scambio di visioni e prospettive, però la determinante affinchè “non litighino” è la consapevolezza del mantenimento della propria individualità e libertà di agire sui “mercati”…

La verità è che è si è concluso il tempo dell’impresa “one man show”.

Ultimo appuntamento per discutere sul tema è a Lecco, il prossimo 28 maggio.

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26 maggio 2010

Diario Artigiano del 21 maggio

Già dalle prime ore del giorno mi godo il tepore di un caldo sole primaverile, che mi accompagna lungo la strada per Brescia, per assistere al quinto appuntamento di ARTIGIANA dal titolo “Innovare e ottimizzare la gestione finanziaria dell’impresa artigiana”.

Si tratta del secondo appuntamento del percorso di ARTIGIANA dedicato al tema “credito e finanza”, a distanza di soli sette giorni dal primo incontro, con una modifica dell’oggetto di analisi: a Varese, lo scorso 14 maggio, si è discusso delle difficoltà di accesso al credito per le micro e piccole imprese artigiane; adesso il focus viene spostato all’interno dell’impresa, al fine di individuare e suggerire quelle strategie e alleanze volte al miglioramento della gestione finanziaria dell’impresa artigiana, limitando di conseguenza la necessità di richiesta di finanziamenti per innovarsi e resistere di fronte alla crisi.

L’intervento di Victor Massiah, Consigliere Delegato di Ubi Banca, nell’analizzare il rapporto tra banca e impresa e nel tentativo di suggerire le strategie migliori per riqualificarlo, introduce un elenco dei principali fattori che ostacolano il mantenimento dell’equilibrio finanziario per la piccola impresa.

Il primo fattore va ricondotto alla situazione di crisi congiunturale, da attribuire anche alla poca efficacia con cui lo Stato gestisce l’amministrazione del Paese, con, in primis, un riferimento ai sistematici ritardi dei pagamenti. Ma se lo Stato non è riuscito ad intervenire da “buon padre di famiglia”, d’altro canto Massiah sottolinea come la situazione del nostro tessuto produttivo ed imprenditoriale non sia poi così disastrosa come viene descritta dai giornali. La tendenza e la disciplina con la quale il piccolo imprenditore conduce l’economia della propria azienda, ha portato ad una situazione produttiva stabile nel nostro paese. In una tale congiuntura negativa dei mercati le nostre imprese sono riuscite a rimanere solide sul mercato nazionale, senza escludere la loro capacità di sfidare i mercati esteri.

In seconda battuta, oltre dunque a smentire la criticità dell’economia italiana, Massiah sposta il focus al rapporto tra banca e impresa. Afferma come l’interazione tra le due sia indubbiamente complessa, ma nega fermamente la sua drammaticità, esortando a non generalizzare nel definire difficile il rapporto tra l’impresa e l’intero sistema bancario.

Infine, Massiah sottolinea il ruolo dei Confidi come salvagente per le piccole imprese ma esorta queste ultime a “non ricorrervi in modo smodato”. Le piccole imprese dovrebbero rivolgersi ai Confidi, quali organismi intermediari nelle richieste di finanziamento rivolte alle banche solo in caso di effettiva necessità, dopo un’attenta analisi del proprio fabbisogno finanziario e dopo aver compreso e risolto le cause di tale fabbisogno. Massiah, dunque avanza in proposito due soluzioni:

  • ricapitalizzare l’impresa;
  • educare l’imprenditore ad una corretta e razionale gestione finanziaria della propria impresa.

Entrambe i punti fanno da preambolo allo sviluppo del tema di oggi: innovare e ottimizzare la gestione finanziaria, partendo dall’impresa, dalla consapevolezza del suo fabbisogno, delle cause a monte di tale fabbisogno, della riflessione sulle strategie, affinché il fabbisogno non si frapponga all’ordinaria amministrazione di un piccolo sistema imprenditoriale.

Nel primo caso Massiah sottolinea la tendenziale sottocapitalizzazione della maggior parte delle imprese italiane, che rappresenta il principale ostacolo alla loro sostenibilità. Agire sul rafforzamento del capitale sociale, in un’ottica di maggiore disponibilità finanziaria, potrebbe rappresentare una soluzione al problema della mancanza di liquidità. Il prestito partecipativo, che consiste nell’anticipo all’impresa del capitale di rischio attraverso la partecipazione diretta del soggetto finanziatore all’impresa beneficiaria, potrebbe rappresentare una valida strategia di finanziamento, poco dolorosa per l’imprenditore.  Il vantaggio di questa forma di finanziamento consiste nel garantire all’imprenditore e agli altri soci la possibilità di dilazionare nel tempo l’impegno finanziario dato che potranno procedere ad una graduale ricapitalizzazione dell’azienda senza, di fatto, diminuire la propria autonomia di gestione derivante dall’ingresso di nuovi soci.

Nel secondo caso, invece è opportuno sottolineare come una corretta educazione finanziaria delle imprese potrebbe consentire alle medesime di porsi come interlocutore competente e convincente nei confronti delle banche. A tal proposito egli sottolinea come dal punto di vista delle banche “è meglio avere una controparte contrattuale competente”. La trasparenza tra i due soggetti è la prerogativa essenziale per la riuscita del rapporto, poichè consentirebbe alle banche di intercettare le reali esigenze delle imprese.

Dopo la relazione di Victor Massiah, intervengono per un “saluto” i rappresentanti delle associazioni di categoria artigiane provinciali. Ma ciò che mi stupisce è come tali “saluti” si configurino come un’effettiva proposta delle iniziative di “consulenza” approntate e talvolta formalizzate da parte delle associazioni. L’associazione di categoria adesso diviene un garante e testimone dell’attività e dell’operatività della micro impresa, conferendo ad essa la credibilità necessaria nell’intermediazione con le banche per le richieste di finanziamento. Ora dunque le associazioni di categoria divengono ulteriori intermediari, non di tipo finanziario, fornendo informazioni quantitative e qualitative in grado di facilitare le banche nella valutazione delle imprese per la concessione del credito.

Segue il contributo pragmatico del Prof. Mario Comana, che, riprendendo i contenuti dell’intervento di Victor Massiah e collegandosi ai contributi sul tema del credito e della finanza per l’impresa artigiana emersi a Varese, esordisce con provocatorio “per non avere problemi di fabbisogno è importante non avere fabbisogno”. Il peso dei crediti, quale corpo estraneo, nel capitale circolante delle imprese, sta occupando uno spazio significativo tra le attività correnti della maggior parte delle imprese. Tra le soluzioni profilate, merita un’attenta riflessione la necessità di educare finanziariamente l’imprenditore alla corretta gestione amministrativa della propria attività. Comana afferma come generalmente l’imprenditore si dedichi interamente all’attività produttiva e alla cura dei rapporti con il mercato. La gestione amministrativa e finanziaria nonché la relazione con le banche viene generalmente delegata al “coniuge”, o ad altri soggetti esterni che curano la contabilità in maniera automatica, non conoscendo le cause che generano il valore delle differenti voci di bilancio. Questo a testimonianza del fatto che l’attenzione alla corretta gestione finanziaria è stata sempre tenuta ai margini dell’attività imprenditoriale: financial education di concerto con il financial tutoring, mettendo l’impresa nelle mani di specialisti per breve tempo, professionisti che operano nei Confidi o ex-banchieri, per educarli al modo più efficace ed efficiente di condurre l’attività imprenditoriale.

Dunque, giunti al secondo ed ultimo appuntamento sul tema dei credito e delle soluzioni più efficaci per risolvere le problematiche ad esso dedicate, la conclusione può ricondursi al seguente percorso: dalla corretta gestione finanziaria, alla maggiore trasparenza dell’impresa e capacità di “vendersi meglio” alle banche nella richiesta di liquidità. Dall’ottenimento del credito all’investimento, dall’investimento alla crescita, dalla crescita individuale alla crescita del sistema produttivo nazionale.

Le soluzioni e le proposte esistono: in due appuntamenti sul tema, il quadro risulta abbastanza chiaro.

Non rimane che assistere al penultimo appuntamento di ARTIGIANA a Monza per fare il punto conclusivo sul tema credito e finanza.

A questo punto…shopping al centro di Brescia?

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21 maggio 2010

Diario artigiano del 20 maggio

Oh no! La sveglia non ha funzionato!

Quaranta minuti di tempo per prepararmi e altrettanti da percorrere in autostrada, spedita, per assistere al quarto appuntamento di ARTIGIANA a Bergamo, dal titolo “Imprese artigiane e internazionalizzazione: istruzioni per l’uso”.

Si tratta del primo appuntamento fino ad oggi che affronta il tema dell’internazionalizzazione della piccola impresa artigiana e devo ammettere che nutro una certa curiosità rispetto a come verrà sviluppato l’argomento.

L’internazionalizzazione è a mio avviso un tema abbastanza complesso quasi “astratto” per un micro imprenditore artigiano, come me, che opera sul territorio, con pochi capitali, quale semplice nodo di una filiera complessa, seppur consapevole e talvolta fiducioso dell’originalità del proprio mestiere.

Giungo presso la Fiera di Bergamo e mi soffermo brevemente ad osservare l’organizzazione dell’evento: nel corridoio principale si snodano parecchi stand, che, con la presenza di professionisti dedicati, intendono fornire a piccoli imprenditori le soluzioni migliori per aprire il proprio business ai mercati internazionali.

Raggiungo in pochi secondi la sala Caravaggio, già gremita di una folla evidentemente curiosa quanto me.

Il convegno ha inizio con un breve intervento di Franco Nicefori, il quale offre uno spezzato dell’economia delle micro e piccole imprese bergamasche, contestualizzandola al tema che verrà sviluppato: accenna alle difficoltà finanziarie per le micro e piccole imprese artigiane, che ne ostacolano l“innovazione”, nonché l’“apertura ai mercati internazionali”, presentata come una tra le soluzioni a garanzia della sostenibilità.

Il Dott. Nicefori da spazio alla fine ad un’interessante riflessione, condivisa e ribadita da Angelo Carrara che si appresta a fornire i primi elementi di approfondimento in tavola rotonda:

  1. è necessario analizzare e apprendere la cultura del mercato internazionale in cui si vuole offrire il proprio prodotto, senza focalizzarsi esclusivamente sugli aspetti tecnici dell’operazione di internazionalizzazione.
  2. “Non è più tempo per muoversi in solitaria”. Questa affermazione invece vuole sottolineare il valore derivante dalla costruzione di reti per il piccolo imprenditore artigiano che intende aprirsi ai mercati internazionali.

Ma quale significato riveste oggi la rete d’impresa? Davvero può intendersi come una delle “istruzioni” per internazionalizzarsi?

Il prof. Enzo Rullani, apre la tavola rotonda dandone subito una definizione. Egli definisce la rete come l’insieme di aziende che si uniscono per creare un prodotto complesso, che altrimenti, come singole, non potrebbero realizzare.

La necessità di creare un prodotto “complesso” rappresenta una reazione ragionevole all’attuale contesto economico, instabile e sfidante per i piccoli imprenditori. La complessità del prodotto finale è dunque data dalla sommatoria delle attività creative del piccolo artigiano che partecipa alla sua creazione.

Rullani, vuole enfatizzare l’intelligenza fluida e manuale dell’artigiano, che gli consente di adattarsi al mercato attuale e alle sue tendenze in continua evoluzione.

Le piccole imprese, dunque, rappresentano “il paradigma sul quale costruire la complessità”. Così facendo esse riescono perfino a riscattare il loro ruolo nel mercato non solo a livello nazionale, ma altresì mondiale: devono superare la sindrome di abbandono che ormai le affligge, attraverso la comprensione che la loro intelligenza ha un ruolo fondamentale nel superamento della crisi.

Ecco dunque che dalla tavola rotonda scaturisce un terzo elemento di riflessione:

  • l’efficacia del processo di internazionalizzazione deriva da un costante monitoraggio del mercato globale, volto a coglierne le variazioni, interpretarle e rispondervi, apportando “complessità” al prodotto finito, arricchendo di servizi che migliorano la qualità della vita dell’utente finale.

Aggregarsi, in questo senso, rappresenta dunque, una valida strategia per affrontare le instabilità del mercato.

Il Dott. Daniele Marini, a propria volta avvalora il ruolo delle piccole imprese come componenti della filiera che vuole aprirsi ai mercati internazionali. Seppur il concetto di rete esula dalla vision della piccola impresa individualistica, anche lui sostiene con fervore come l’aggregazione sia divenuta la conditio sine qua non per internazionalizzare.

Imprese artigiane e internazionalizzazione, ecco le istruzioni “per l’uso”:

  • tendere alla realizzazione di un prodotto complesso, che risponda all’obiettivo di migliorare la qualità della vita dell’utente finale, esercitando un continuo monitoraggio sul mercato globale;
  • costituire una rete tra imprese, a garanzia della condivisione di know-how, di risorse finanziarie e dell’apertura dunque a nuovi bacini d’utenza. Come affermato da Rullani infatti “La rete da valore alle idee, accompagna una proposta di futuro per le aziende”.
  • far si che anche le banche entrino a far parte della “filiera produttiva”, attraverso il reinvestimento dei risparmi in deposito in capitale di rischio per le imprese della rete;
  • ideare una strategia per rendere insostituibile il prodotto realizzato, attraverso l’adozione di un marchio comune, di un brevetto, oppure semplicemente attraverso la costruzione di una relazione privilegiata con un mercato di sbocco, una volta compresane e interpretatane la cultura, punto di partenza per la realizzazione del prodotto.

Prossimo appuntamento sul tema a Mantova, mercoledì 26 maggio, e a Lecco, venerdì 28 maggio.

Questo dunque è solo la prima tappa di un’accurata riflessione sul tema dell’internazionalizzazione, che proseguirò nella puntata successiva di ARTIGIANA 2010.

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20 maggio 2010

Diario Artigiano del 18 maggio

Eccomi pronta ad assistere alla terza tappa del percorso di ARTIGIANA 2010 in Lombardia.

Questa volta, complice il bel tempo, la location d’eccezione e la scelta inconsueta di un orario serale per l’incontro, decido di rispolverare dall’armadio il mio tailleur di lino e le mie scarpe preferite.

Alle 20:40 raggiungo il Centro Polivalente di S.Grato, la struttura scelta per ospitare la tavola rotonda dal titolo “Innofare, l’artigianato che cambia. Servizi per la crescita del territorio.”

I lavori del convegno vengono introdotti dal Presidente della CCIAA di Lodi, Alessandro Zucchetti, il quale,  dopo aver illustrato brevemente lo scenario nazionale, caratterizzato da crisi dei consumi, contrazione delle commesse per i piccoli artigiani, difficoltà di accesso al credito in netto aumento rispetto al 2009, afferma come il sistema imprenditoriale lodigiano stia comunque riuscendo a resistere.

La provincia di Lodi, in base alle affermazioni del presidente, conta circa 6.300 imprese artigiane, pari al 39% del tessuto produttivo provinciale. Un tessuto produttivo attorno al quale dunque ruota l’economia del territorio, come sostenuto altresì dal Presidente della Provincia di Lodi, Pietro Foroni. Egli sostiene come lo sviluppo del territorio non possa prescindere dallo sviluppo dell’artigianato e se la ripresa dalla crisi significa anche maggiori disponibilità di risorse finanziarie, la provincia di Lodi è intervenuta in tal senso, seppur indirettamente, operando ad una ricapitalizzazione del sistema dei confidi agevolandoli dunque nello svolgimento del loro ruolo di supporto per le imprese artigiane.

“L’unione fa la forza”: questo lo slogan conclusivo dell’Assessore Simone Uggetti, che esorta i rappresentanti istituzionali partecipanti al tavolo e presenti in sala a trovare insieme la via per rilanciare le aziende e l’economia del territorio, invitando i colleghi a “guardar meno ai particolarismi”, soffermandosi sulle effettive necessità delle imprese artigiane per scongiurare la crisi, tra cui percorsi di formazione ad hoc, accompagnamento al trasferimento di innovazione e assistenza all’internazionalizzazione.

Di fronte a tale disagio comune a noi piccoli imprenditori, mi domando, come l’INNOVAZIONE può assistere il FARE artigiano? Quali sono i principali argomenti del dialogo imprescindibile tra un’entità intangibile qual è appunto l’innovazione e la concretezza dell’artigiano?

Il Dott. Andrea Granelli riesce a dare una prima risposta a queste mie domande, citando una frase di Richard Sennett, desunta dal testo “L’uomo artigiano”, dove l’autore afferma come il fare artigiano s’identifichi con la “non ripetitività“: far sempre qualcosa di nuovo per l’artigiano vuol dire esser capaci di gestire le innovazioni. E’ opportuno dunque rivedere l’opinione comune che vuole la tradizione del mestiere artigiano in contrasto con l’innovazione: la costante innovazione e ricerca per un artigiano può consistere anche nella discriminante affinchè il suo operato venga inteso come “tradizione”.

Cosa vuol dire dunque “innovare” per un imprenditore artigiano?

Il Professor Grandinetti tenta di conferire concretezza al concetto di innovazione. Riportando le evidenze di un’indagine che ha coinvolto alcuni imprenditori del Nord Italia, impegnati nella formulazione di processi innovativi all’interno delle proprie imprese, egli menziona tre modi con cui è possibile intendere l’innovazione:

  1. attenzione alla sostenibilità dei processi produttivi e dell’utilizzo di materiali eco-sostenibili, come fattore a garanzia della capacità di durare nel tempo dell’impresa;
  2. importanza di comunicare in modo innovativo il prodotto finito, anche attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie e del web;
  3. convenienza del far partnership, anche con imprese distanti dal proprio raggio d’azione, se non addirittura con concorrenti che offrono una componente di complementarietà al prodotto che ne determina la sopravvivenza sul mercato.

A seguire il professor Giulio Ceppi, seguendo l’impostazione del precedente intervento, tenta di dare una spiegazione allo stretto rapporto tra innovazione e artigianato, spostando però il focus dall’innovazione del prodotto artigiano all’innovazione apportata alla sua funzione d’uso.

Come incipit del suo discorso cita un famoso aforisma di Italo Calvino:

…la fantasia è come la marmellata, se la mangi con il cucchiaio ti senti male per il troppo zucchero, ma se la metti in una fetta di pane è deliziosa, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane se no rimane una cosa informe su cui non si può costruire niente!…”

Dunque la creatività è la marmellata, la solida fetta di pane s’identifica invece con gli strumenti del lavoro artigiano, con la tradizione del suo mestiere, consolidata nel tempo, con il focus sempre vivo sul mercato obiettivo. La creatività potrebbe identificarsi con il design, ma il design da solo non fa innovazione.

Il professor Ceppi riporta l’esempio del successo commerciale dell’I-Phone, attribuito in parte al suo design essenziale ma soprattutto alla possibilità di arricchirlo con le cosiddette “app”, ovvero applicazioni, da intendere come “pezzo di artigianato” create a supporto delle esigenze mutevoli e sempre più sofisticate degli utenti finali.

Singolarità, personalizzazione, comunicazione del prodotto, apertura al web, legame con il territorio, innovazione sostenibile: questi gli argomenti del dialogo costante tra innovazione e fare artigiano.

Mi riservo di partecipare ai prossimi appuntamenti di ARTIGIANA che trattano il tema Innovazione, a Pavia, il prossimo 3 giugno e a Como, il prossimo 10 giugno, per convalidare ulteriormente queste riflessioni.

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15 maggio 2010

Diario Artigiano del 14 maggio


Con ombrello, caloche e k-way parto alle ore 14 per Varese, con la speranza di ritrovare altrove un po’ di tepore primaverile che nella mia città tarda ad arrivare…

Giungo a Varese, presso la meravigliosa struttura immersa nel verde ospitante il Centro Congressi Ville Ponti, in cui avrà luogo la seconda tavola rotonda di ARTIGIANA dal titolo Banche, confidi, enti pubblici. Come migliorare l’accesso al credito e finanziare l’innovazione per le imprese artigiane.

Percorsi gli spazi affrescati e rifiniti della Villa mi dirigo verso la sala congressi al primo piano.

Alle ore 16.15 ha inizio il convegno, in una sala gremita di imprenditori artigiani e altri rappresentanti dei settori coinvolti, che, come me desiderano fare il punto sul rapporto tra imprese, istituti di credito, confidi ed enti pubblici.

Dopo un breve saluto del Presidente della CCIAA di Varese, Bruno Amoroso, che elogia la micro imprenditoria artigiana del varesotto, “indefessa produttrice” in questo “mare in balia delle onde” il presidente menziona lo SBA come punto saldo per il superamento della crisi, prende la parola il Prefetto di Varese Simonetta Vaccari. Dal suo intervento si evince come la situazione del credito sia monitorata con attenzione anche dalla prefettura, attraverso l’attività di un Osservatorio provinciale: l’aggravarsi dei bilanci nell’anno 2009 soprattutto per le piccole imprese, testimonia il loro “bisogno di ossigeno”, cioè di poter accedere a risorse fresche, dunque a finanziamenti il cui accesso risulta sempre più ostacolato dalle restrizioni proibitive imposte dalle banche.

Interessante l’intervento di Gisella Introzzi, Direttore Operativo Unioncamere Lombardia, già presente alla tavola rotonda di Cremona, che conferma quanto detto dal Prefetto presentando i risultati dell’ultima indagine trimestrale sul credito alle imprese, denunciando tra le principali cause dei finanziamenti negati tanto la criticità dei bilanci delle piccole imprese quanto l’indisponibilità di garanzie da offrire agli istituti erogatori di credito.

Mi ritaglio dunque un momento per fare un primo resoconto degli interventi iniziali in convegno: bilanci negativi per le micro imprese artigiane e conseguente difficoltà di ottenimento del credito, indisponibilità di risorse finanziarie per innovare e scongiurare la crisi.

Questo lo stato attuale. Quali prospettive dunque? Dove possono intravedersi le soluzioni?

Il professor Mario Comana ne suggerisce alcune, spostando il focus dal sistema delle relazioni esterne della micro impresa artigiana alla dimensione interna.  Egli suggerisce dunque di focalizzarsi sulla propria impresa, acquisendo le conoscenze necessarie per gestire autonomamente ed efficacemente il proprio patrimonio e il proprio business. In questo senso non va escluso l’eventuale ricorso al sistema dei Confidi, ma con un’altra funzione: quella di sfruttare le risorse professionali che rendono il confidi un valido strumento di sostegno per la sostenibilità della micro impresa. Il Financial Tutoring potrebbe dunque rappresentare in questo senso una soluzione al problema della gestione dei “crediti”, problematica “a monte” delle difficoltà finanziarie delle imprese e delle conseguenti richieste di finanziamento al sistema bancario.

Non è azzardato affermare che il perfezionamento della gestione finanziaria per le micro imprese artigiane rappresenti la soluzione più immediata per garantirne la sostenibilità?

Eppure, pare che l’opinione di Mario Comana abbia influenzato l’andamento della tavola rotonda di Varese: la financial education, sostenuta dal financial tutoring vengono elevate ad ancore di salvezza per le piccole e medie imprese.

E le banche?

Beh… le banche, rappresentate in tavola rotonda da Giuseppe Masnaga, direttore generale della Banca Popolare di Bergamo, appaiono consapevoli della loro situazione di impotenza di fronte alla dura crisi finanziaria e alle incessanti e difficilmente gestibili richieste delle imprese. Le soluzioni profilate dal sistema bancario appaiono le seguenti: prestito partecipativo, apertura ai mercati internazionali, miglioramento nella gestione del fabbisogno interno. L’esortazione a scegliere altre strade per innovarsi rappresenta la soluzione maggiormente caldeggiata.

E i Confidi?

I due rappresentanti del sistema invitati in tavola rotonda affermano come la Lombardia rappresenti il mercato regionale privilegiato per l’attività dei confidi: eppure la congiuntura negativa sta intaccando perfino il loro capitale. Il miglioramento del reddito operativo, la dotazione di valide risorse umane, il consolidamento dei rapporti con gli enti pubblici, al fine di rafforzare il ruolo di intermediazione finanziaria dei confidi nell’erogazione del credito a favore delle piccole e medie imprese, rappresentano ulteriori soluzioni per il continuo e proficuo funzionamento del sistema.

L’immagine attuale dunque che emerge del sistema bancario e di intermediazione finanziaria non è delle migliori: pro-ciclicità delle banche, forte stress del sistema dei Confidi. Le soluzioni profilate invece rappresentano delle valide esortazioni per noi piccoli artigiani, da valutare e sulle quali riflettere. Comprendere come migliorare il proprio business prima di guardare all’esterno: focalizzarsi a monte, operare per valorizzare le risorse interne, prima di varcare la soglia alla ricerca di aiuti esterni.

Si profila dunque un’importante sfida per il micro imprenditore artigiano: mi riservo di partecipare al prossimo evento sul tema del credito, a Brescia, il prossimo 21 maggio per confermare la convinzione su quale sia in effetti il sentiero giusto da intraprendere.

Alle 20,00 mi riavvio verso la stazione, continuando le mie riflessioni, nonostante la pioggia e la brezza pungente di un venerdì di metà maggio…

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19 aprile 2010

La Tavola Rotonda di Cremona

Diario Artigiano del 19 Aprile…finalmente arrivo a Cremona ed attraverso il delizioso centro cittadino alla ricerca dell’ombra del Torrazzo nel primo assolato pomeriggio primaverile. E’ talmente caldo che la voglia di immergersi in un convegno tecnico su di un tema così vicino anche a me, in quanto libero professionista, arriva quasi ad essere sostituita da un’idea di fuga in una bel centro benessere alla ricerca della forma perfetta per quello di cui la primavera è solo il preludio: la magnifica estate.

Pensando al centro benessere quasi mi sento in colpa per la frivolezza del mio desio, andiamo comunque per ordine.

Ore 18 circa, la sala Maffei è gremita ed il Direttore Operativo dell’Unioncamere Lombardia prende la parola per illustrare le finalità di Artigiana 2010, successivamente il Presidente della Camera Dott. Auricchio ci ricorda l’importanza numerica del comparto: 10.239 imprese artigiane nella provincia di Cremona, pari al 36% delle imprese provinciali; 2,8 imprese artigiane ogni 100 abitanti; 21.347 addetti corrispondenti a circa il 25% degli addetti totali delle imprese cremonesi (In Lombardia le imprese artigiane nel 2008 hanno raggiunto le 271.354 unità, rappresentando 18,3% delle imprese artigiane presenti in Italia. Dal 2000 al 2008, si è registrato un aumento del 7,6% rispetto al 2000, a fronte di una variazione percentuale a livello nazionale del 7,4%. Sul territorio lombardo sono attive circa 3 imprese artigiane ogni 100 residenti contro 2 a livello nazionale e l’intero comparto. N.d.A.)

La parola passa a Magistro e così inizia l’attacco al cuore della questione: evasione e studi di settore. Le mie antenne iniziano a fare operazione di fine tuning.

Per un resoconto serio ed approfondito vi rimando in ogni caso all’articolo di Jean Marie Del Bo sul Sole 24 ore di ieri. Imparo la prima cosa, gli studi di settore sono uno strumento pensato per la prevenzione, legatissimo alle piccole imprese e poi aggiunge che funzione dello studio è quello di aiutare gli imprenditori a capire cosa ci si aspetta da loro in termini di produttività.

Detto così suona un po’ male, addrizzo ancora di più le orecchie perché inizia a parlare di crisi e sento ”per guardare con attenzione chi è in sofferenza, lo si fa calcolando i correttivi, noi sappiamo cosa sta succedendo, guardiamo con attenzione ai consumi, bè guardandoli da vicino sembra che la crisi sia inferiore a quella di cui se ne parla sempre sui giornali”accenna ai consumi sul benessere (la mia adorata spa) che secondo lui sono in controtendenza rispetto alla crisi.

Continuo ad essere perplessa e fortunatamente inizio a sentire parole di apertura e di relazione, penso, finalmente, siamo qui per questo, no?

lo studio di settore non è la bibbia, nel momento in cui si applicano bisogna agire con prudenza…lo studio deve essere una bussola sul possibile rischio di evasione…la piccola dimensione rende difficile comprendere le situazioni reali, gli studi ci aiutano….congruità, non congruità…i furbi non piacciono, dobbiamo portarli a miti consigli….con un’azione selettiva…”e chiude il suo intervento con “bisogna uscire dalla logica del fisco che accerchia”.  Con l’intervento del Dott. Brunello si approfondisce il senso e la funzione dello studio di settore “..lo studio è uno strumento di supporto e che passa attraverso il contraddittorio…passa attraverso una fotografia delle imprese italiane…..le imprese sono piccole…una impresa ogni 13 persone…gli studi nascono perché c’era chi pagava tutto e chi nulla o poco…la sperequazione è forte settori e territori ne sono pieni, altri no….le fotografie vengono scattate su scala regionale…23 gruppi omogenei, più di 400 funzioni di ricavo”. Tutto molto complesso ed articolato, l’impressione è che la macchina sia perfetta, ma le tasse restano alte.

Il Dott. Fornara, ci riporta sullo Small Business Act spiegandoci l’alto obiettivo generale dell’intervento europeo finalizzato all’alleggerimento della burocrazia, annoso italico problema, sulle imprese, rappresentato dalla famosa metafora dei lacci e lacciuoli che imbrigliano il sistema imprenditoriale e che tolgono energie all’attività di sviluppo del business.

I rappresentanti delle Associazioni di Categorie chiudono la tavola rotonda enfatizzando quanto il contraddittorio sia un aspetto essenziale nella logica di dialogo che deve instaurarsi tra il fisco e le imprese.

Artigiana 2.0

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